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ARCHITETTURA ORGANICA :
storia, teoria, scritti, argomentazioni, attualità
ARCHITETTURA ORGANICA ITALIA : Introduzione al Congresso di Modena del 19 settembre 1997, di Bruno Zevi
Bruno Zevi
Introduzione al Congresso di Modena
del 19 settembre 1997
“…Eravamo in alto, sulla collina di Taliesin…
Wright dice che l’architettura sarà, per la prima volta nella storia,
interamente architettura, spazio in se stesso, senza modelli prescrittivi,
movimento in tre e quattro dimensioni… una joie de vivre espressa nello spazio”
Così scriveva Erich Mendelsohn, il 5 novembre 1924, alla sposa Louise. Questo
convegno di Modena è stato indetto per annunciare al mondo che, dopo 73 anni,
l'architettura del futuro profetizzata da Wright è divenuta l'architettura del
presente. Abbiamo vinto una battaglia millenaria. Dopo il primo “grado zero”
dell'età informale delle caverne. il secondo dell'età temporalizzata delle
catacombe, il terzo dell'età decostruita e frammentata dell’Alto Medioevo – non
a caso Reima Pietilä, completato nel 1968 il club studentesco Dipoli a Otaniemi,
dichiarò: “Lasciamo il XX secolo e procediamo avanti, verso il X” – siamo
giunti alla stagione moderna del “grado zero” della scrittura architettonica,
che non teme confronti, compromessi o regressi. Oramai siamo collaudati.
sappiamo cosa e come fare. Quando morì Brunelleschi, nel 1446, si celebrò la sua
grandezza con un solenne e fastoso funerale, dopo il quale non solo il
linguaggio non fu prolungato, ma i suoi edifici furono massacrati, offesi,
sfigurati dal suoi stessi discepoli. Quando scomparve Michelangiolo, nel 1564,
fu esaltato come genio titanico, supremo, gigantesco, ma l'accademia avvertì
subito: nessuno tenti di imitarne le licenze e le eresie, era un’eccezione
straordinaria che tale deve rimanere, in archivio. Quando si suicidò Borromini,
nel 1667, analogo rituale: era sommo, sublime, sebbene un po’ svoltato di
cervello, portiamolo in trionfo e poi dimentichiamolo al più presto. Lo stesso
si è tentato di fare con Frank Lloyd Wright: in un primo tempo, l'International
Style lo ha tacciato di romanticismo ottocentesco, inclinazione rurale inadatta
alla civiltà industriale, e di individualismo contrario allo standard
collettivo; più tardi, il lurido PostModern ha fatto di tutto per assimilarlo
cancellandone l'identità e la memoria. Questa volta, però, l'esecrabile gioco
non è riuscito. E’ bastata la presenza di cinquanta architetti e critici di
tutto nel mondo, forse meno, per impedire il crimine e lo spreco inaudito.
Trentotto anni dopo il 1446, cioè nel 1484, di Brunelleschi da tempo non si
parlava più, trentotto anni dopo il 1564, cioè nel 1602, l'apporto di
Michelangiolo architetto era quasi obliato; trentotto anni dopo il 1667, cioè
nel 1705, il borromismo non esisteva neppure a livello epidermico e decorativo.
Ma trentotto anni dopo il 1959, cioè nel 19971, Wright è rimasto illeso nella
sua incalcolabile statura creativa, e la sua pressante ispirazione ha spinto la
scrittura architettonica anche più avanti di lui, nel senso che ha affiancato,
integrato e sostenuto la sua poesia con una prosa articolata, variegata, poli
direzionata, versatile come quella di Pietilä, Utzon, Renaudie, Behnisch, Hecker,
Libeskind Gehry e altri, cui va ascritto questo grandissimo merito: hanno
strutturato un linguaggio che consente lo scambio intenso e fluido tra il
messaggio irripetibile del genio e gli apporti democratici e popolari. Il
tramonto del secolo assiste così al trionfo del Movimento Moderno e
dell'architettura tout court. Il ciclo del manierismo, persistente dal 1527 a
ieri sera, è finalmente esaurito. Non abbiamo più il bisogno di mimare il
classicismo per insultarlo e distruggerlo; non servono più le mode pendolari tra
l'umanesimo e romanticismo, tra regole e deroghe. Quanto è accaduto nell'ultimo
decennio ha persino rovesciato la prospettiva storica. Prima, valevano le norme
dottrinarie, punteggiate dalle eresie di rari, autentici spiriti creativi. Oggi,
la storia c¡ appare innervata da gesti creativi che rendono idoli, dogmi, canoni
armonici, tabù proporzionali, vitelli d'oro simmetrici non solo obsoleti, ma
anche ridicoli. Il fronte della rivoluzione, della modernità ha prevalso. A
questo punto, scruto nel vostro e nel mio animo un’obiezione: ammesso che quanto
si è detto sia vero, per quanta gente lo è? Per cinquanta architetti, per cento?
E gli altri, come possono captare col cervello e con lo stomaco la scrittura di
grado zero? Come estendere tutte le conquiste dell'avanguardia? Una risposta la
fornisce Roland Barthes, il teorico del “grado zero", che precisa: "Nello
sforzo di liberazione dal linguaggio letterario, ecco un'altra soluzione: creare
una scrittura bianca, svincolata da ogni servitù ... La scrittura di grado zero
è in fondo una scrittura indicativa, se si vuole amodale ... si tratta di
superare la Letteratura (con la L maiuscola) affidandosi ad una lingua basica
... Allora lo strumento non è più al servizio di un'ideologia... è la maniera di
esistere del silenzio ... " Se la scrittura è veramente neutra,
l'architettura del potere, classica, autoritaria, accademica, postmoderna, è
vinta. Certo gli atti della rottura linguistica, i gesti veramente eversivi si
trasmettono con estrema difficoltà. Si dice che l'architettura è fruita
distrattamente, ma gli architetti stessi sono disattenti, indifferenti, non si
accorgono nemmeno di quel che succede, tirano a campare per evitare rischi. Più
ancora dei committenti, i professionisti oppongono una pervicace resistenza
contro ogni novità, ogni suggestione alternativa. Quanto apprezzano davvero, e
fino in fondo, il club Dipolo di Pietilä, le case popolari prive di qualsiasi
angolo retto di Renaudie, lo stupefacente progetto di estensione dei Victoria &
Albert Museum a Londra di Libeskind? Perché meravigliarsi che il "grado zero"
della scrittura non abbia ancora varcato le barriere dell'incultura e della
pseudocultura universitaria? Gli esempi di dilapidazione culturale si
accumulano. Come ricorderete, per decenni il libro più diffuso e autorevole
sull'architettura moderna è stato Space, Time and Architecture di Giedion.
Ignorava William Morris e il movimento Arts & Craft, Gaudì, Mendelshon, Háring e
tutto l'espressionismo; nella prima edizione, non nominava neppure Mies van der
Rohe e Aalto. La cecità critica di Giedion ha tuttora, a distanza di oltre mezzo
secolo, gravi conseguenze. Nel giugno scorso, parlando a Parigi nella sede
dell’UNESCO, mi sono accorto che molti pregiudizi di Giedion persistono:
pochissimi in Francia amano Gaudì, Háring, Mendelshon e Scharoun. L'operazione
auspicata da Umberto Boccioni nel 1914 Unire le forze dei cubisti francesi,
degli espressionisti tedeschi e dei futuristi italiani fallì, si che il
futurismo soffocò in un ambito provinciale, e l'espressionismo tedesco è
approdato in Italia solo pochi giorni fa, con l'esposizione appena inaugurata di
Palazzo Grassi a Venezia. Non c'è scampo: se si vogliono salvare i valori, come
siamo riusciti a fare con Wright, bisogna proclamarli senza timidezza e senza
stancarsi. Ho accennato alle sfortune critiche di Brunelleschi, Michelangiolo e
Borromini, poi a quelle di Gaudì, Mendelsohn e Scharoun. Ma qui a Modena dovete
concedermi una digressione sull'eredità dilapidata di Lanfranco, il genio della
cattedrale.
Ecco, siamo nel 1099, neanche un secolo dall'inizio del secondo millennio, il
cui linguaggio è stato segnato a Milano dall'impianto della basilica ambrosiana.
Lanfranco ne afferra la rivoluzionaria originalità, il modo nuovo di pensare
l'architettura per quantità tridimensionali, massicce campate poggianti su
pilastri compositi che sostengono archi longitudinali e trasversali, con volte a
crociera cupoliformi innervate da robusti costoloni. A contatto diretto delle
ultime manifestazioni del "grado zero" altomedievale, date dal
presbiterio e dall'abside, risuona, traballante ma non balbettante, la nuova
lingua romanica con i suoi “pregnanti plessi di energie", scrive
Ragghianti, con la “tesa nervatura elastica della forma" carezzata da una
luce proveniente solo dalla facciata. Al cospetto dell'armatura dinamica
dell'organismo lombardo, Lanfranco subisce il fascino di "un'autorità senza
pari di quell'austerità vitale, erompente, che contrassegna questi uomini della
prima età comunale” .
Lanfranco, però, non a caso denominato mirabilis artifex e mirificus aedificator,
non intende ribadire le formule milanesi. Si pone un problema linguistico di
immensa portata: quello di integrare la scoperta delle campate tridimensionali
con un involucro adeguato, che analizzi, scomponga, ritagli, affetti il muro
tradizionale, onde inverare un rapporto interni/esterno o dentro/fuori, affatto
trascurato a S. Ambrogio. Opina Ragghianti che, allo "spirito lirico e
contemplativo" di Lanfranco, Sant’Ambrogio doveva fare l'effetto di "una
belva accucciata, repressa, ma pronta allo scatto”, per realizzare il quale
urgeva il gesto di un "estro indipendente". Al limite, in questa fase, le
crociere sono secondarie; bastano gli archi trasversali che scandiscono i ritmi
di S. Miniato a Firenze. La sfida sostanziale della cattedrale modenese è di
natura espressionista: si tratta di recuperare, elaborandola, la terza
dimensione materica. Ed ecco il colpo di genio la “cintura di arcature
includenti loggette trifore praticabili, che circonda e fascia l'intero corpo
inferiore dell'edificio, comprese le absidi e la facciata". Un'ossatura, "una
muscolatura plastica" insisto, praticabile. L'ossessivo scavo nello
spessore, nella stratificazione del muro non è mosso da mere esigenze estetiche,
come accadrà nei loggiati sovrapposti dell'architettura pisana, aretina e
lucchese. A Modena l'ecclesia è “munita", non appartiene solo a Dio e al
clero, si laicizza, serve alla difesa dei cittadini, che possono rifugiarsi
nella cattedrale, nei suoi spazi e anche nelle sue mura, trasformandone le
gallerie in cammini di ronda, sorvegliando il territorio da ogni lato, con un
controllo urbano a 360 gradi. Una cattedrale democratica, funzionale anche
rispetto all'al di qua. Quando sette anni dopo, nel 1106, Lanfranco ha
completato il suo lavoro, lo scenario dell'architettura è cambiato. Vige una
libertà di moduli spaziali, tanto che si possono abolire i matronei dando luogo
a sovrapposizioni prospettiche ancora stupefacenti. La luce può invadere
l'interno. Il dentro e il fuori si identificano. La materia si arricchisce,
abbandona la monotonia per avvalersi dell'arenaria e della pietra d'Istria o del
bianco di Verona. Caratteristica inconfondibile è, per Quintavalle, "la
reinvenzione della emicolonne addossate, legate da arcate che chiudono in alto
una trifora, emicolonne che non hanno precedenti nella zona né fuori e che
escono da una coscienza storica delle funzioni e del rapporto con il centro
urbano”. Questa lunga digressione, di cui mi scuso, era indispensabile per
porsi l’interrogativo: dopo tale evasione linguistica cosa accadde? Quale è
stata l'eredità di Lanfranco? Nessuna, o quasi. Dopo il terremoto del 1117, il
duomo di Modena paradigma della costruzione delle cattedrali di Parma, Piacenza,
Cremona, dell'abbazia di Nonantola e, poco più tardi, delle cattedrali di
Ferrara e Borgo San Donnino e di San Zeno a Verona. Risultato? Nessuno sembra
aver neppure afferrato del messaggio lanfranchiano. Al duomo di Modena è mancato
un convegno simile a questo, che ne proclamasse l'immagine. Dieci anni fa,
nell'atmosfera puteolenta del PostModern, nessuno poteva credere a un rilancio
vigoroso ed esplosivo della modernità, quale si è verificato nel 1988 con la
mostra del decostruttivismo a New York. Nessuno, salvo cinquanta architetti e
critici decisi a non mollare. E' sbalorditivo anche per chi ne è stato uno dei
protagonisti: questo convegno sancisce una vittoria epocale, la sconfitta della
viltà accademica, scolastica, classicista e/o postmoderna. Si riapre, dopo oltre
un millennio, il binomio perfetto/imperfetto, che risale alla preistoria e
precisamente alla civiltà nuragica, la quale esclude un habitat geometrizzato,
armonico, simmetrico, chiuso aprioristicamente nel proprio assetto. La vita
nelle grotte e negli insediamenti nomadici aveva insegnato lo splendore
dell'irregolarità, della contaminazione, delle luci intercettate e riflesse in
mille tagli arcani. Il mondo sardo non vuole disperdere questi valori: perciò il
suo disegno non è precostituito. ma scandito da successive aggregazioni, dettate
dal gusto per la linea curva. Linguaggio "casual", quello nuragico,
alieno dalla rifinitura e dal compiuto, aderente all'impulso del momento, a un
metodo di frantumare corrispondente all'etica che dissocia l'abitato dai
microcosmi. Dopo il 238 a.C., con l'occupazione romana della Sardegna, il valore
del disordine e dell'imperfetto è stato costantemente censurato nell'edilizia
ufficiale, per essere riscoperto solo alla fine degli anni Ottanta, quando ¡
decostruttivisti rivendicarono il diritto degli architetti di non aspirare più
al puro, all'immacolato, al perfetto, per cercare la creatività nel disagio,
nell'incertezza, nel disturbato, Un valore linguistico rinato, di straordinaria
portata. Di fronte al perfezionismo dei templi ellenici e delle colonne filmate
romane, alle frustranti teorie ideali del Rinascimento e al rigore cartesiano
dei razionalisti, il contributo di Pietilä, Libeskind, Koolhaas e soprattutto
Gehry è consistito nel completare il mito millenario della perfezione con la
forza e l'irruenza dell'imperfetto. La poetica dell'imperfetto ricupera il
brutto, i rifiuti, il trasandato, gli stracci e i sacchi di Burri, il paesaggio
derelitto, il cheapscape. E dall'architettura s¡ propaga nei comportamenti e
nella moda. Quando, negli ultimi mesi, è stata annunciata la moda maschile
dell'imperfetto, abbiamo segnato un altro goal; non già seguendo la moda ma
determinando indirettamente il gusto degli stilisti. Siamo, all'un tempo,
intellettuali sofisticati ed ermetici, e artisti popolari e gergali.
Ricapitoliamo il percorso del secolo, il cui senso risulta capovolto rispetto a
quello di dieci anni fa. Allora, l'espressionismo appariva una deroga conclusa
nel 1924 con il trionfo del razionalismo. Oggi la prospettiva storica e
invertita, l'espressionismo occupa l'intero secolo sfociando in quell' "actionarchitecture”
che qualifica anche il nostro operare. Abbiamo tre stagioni dell'espressionismo.
La prima, pionieristica, dominata dal genio di Anton Gaudì. La seconda, storica,
impersonata da Bruno Taut, Mendelshon, Haaring, Finsterlin e Scharoun, con
apporti di Poelzig, Behrens, Gropius e Mies. L'espressionismo non muore nel
1924, entra in letargo per risvegliarsi nei tardi anni Trenta, in funzione di
critica e superamento dell'International Style. Alvar Aalto, nel padiglione
finlandese di New York 1939, riapre clamorosamente i temi dell'espressionismo e
li conferma nell'impianto ondulato e ascendente dei dormitori studenteschi del
MIT a Cambridge, Mass. Ma è Le Corbusier che, nell'urlo blasfemo di Ronchamp,
fracassa principi, grammatica e sintassi razionalisti. Con una generosità che
non ha riscontro nella storia, smentisce se stesso, le teorie elaborate dal
1921, i pilotis come il tettogiardíno, la griglia e il Modulor, lacera norme e
codici senza sostituirli, lasciando attoniti e smarriti i suoi discepoli,
Niemeyer, Candilis, Wogenscky e migliaia di seguaci nel mondo. Il terremoto
informale ed espressionista di Ronchamp, reiterato nel padiglione Philips di
Bruxelles 1958 e non mai sedato, è riesploso a intermittenze, nel TWA Terminal
di Eero Saarinen a New York, nella Endless House di Kiesler, nei lavori di P¡etilae,
Utzon, Renaudíe, Micheluccí, Ricci e D'Olivo, nel "brutalismo" inglese e
in quello di Viganò, in mille rivoli ed episodi degli anni Sessanta e Settanta.
Nei primi anni Settanta sono formulate le “sette invarianti” del linguaggio
moderno. Respinte dall'accademia, vengono largamente applicate dalla
professione. Rovesciano la prospettiva. Prima, il linguaggio architettonico si
basava su regole, ordini, paradigmi, codici, da cui eccettuavano gli atti
creativi, generatori di nuove parole e sistemi di comunicazioni. Adesso, norme,
precetti, tabù sono gettati nell’immondizia, le "invarianti" sono
antiprescrittive, riguardano le deroghe, i No al programma edilizio fissato a
priori, alla simmetria e all'assonanza, alla tridimensionalítà da un punto di
vista privilegiato, alle scatole chiuse e isolate, alle strutture tradizionali,
allo spazio statico, contemplato e non vissuto, alla discontinuità tra edificio,
città e paesaggio. Le "sette invarianti” scaturiscono da precise
esperienze: di Wíllíam Morris (Elenco dei contenuti e delle funzioni), dell'Art
Nouveau e del Bauhaus (asimmetria e dissonanze), dell'espressionismo di Gaudì,
MendeIsohn e Scharoun (tridimensionalità antiprospettica), del movimento De St¡il
di Theo van Doesburg (scomposizione quadridimensionale), delle strutture in
aggetto, a guscio e membrana dell’ingegneria più avanzata, del genio di Write
(spazio temporalizzato), delle moderne acquisizioni urbanistiche (continuum
territoriale). Alla fine degli anni Settanta eravamo alla vigilia di una
stagione di "grado zero", di quell' "architettura d'azione" che
sgorga dagli eventi e non dalla loro rappresentazione. Il processo fu bloccato
dal dilagante rigurgito PostModem, estremo tentativo di fermare il corso della
modernità. Quasi dieci anni perduti tra evasioni e cinismi, luridume ideologico
e imbrogli storicocritici. E' per questo che il decostruttivismo del 1988 ha
assunto una straordinaria importanza: nel giro di ventiquattro ore, ha liquidato
il Post Modern, recuperando le conquiste del primo e secondo espressionismo, da
Gaudì a Bruce Goff, e inaugurandone la terza stagione. Il percorso del secolo si
conclude in modo inaspettato, splendido. Eravamo un'infima minoranza di
individui isolati. Oggi guidiamo la maggioranza vincente. Quando Frank Gehry è
scelto per costruire il Guggenheim di Bilbao, quando Daniel Libeskind vince il
concorso indetto dal Victoria & Albert Museum con un progetto strabiliante, non
abbiamo più il diritto di recitare la parte degli sconfitti e dei rassegnati. Le
vittorie di Hecker, Koolhaas, Eisenman e altri non riguardano solo gli autori
dei progetti, ma le giurie, i committenti, I'opinione pubblica che approva
verdetti una volta giudicati scandalosi. Ormai non ci sono alibi: se in Italia
questo non avviene, è perché gli architetti non ci sanno fare. Wright resta il
genio sovrastante le tre stagioni dell'espressionismo, ma i decostruttivisti si
sono liberati dal suo paternalismo rivendicando la vocazione all’impuro, al
contaminato, all’angosciato, all'imperfetto nuragico, insomma a una scrittura
democratica, "bianca”, amodale, basica, applicabile da parte di tutti.
Una scrittura antiautoritaria, antitetica a quella del potere. Procediamo. Il
discorso nuragico dell'imperfetto ci porta a un altro spettro di quella civiltà:
l'impulso antiurbano, testimoniato da settemila unità turrite sparse nell'isola.
CittàTerritorio a vastissima scala, in un certo senso reinventata da Wright nel
progetto di Broadacre City. Approdiamo così al tema della paesaggistica, sul
quale non intendo trattenermi a lungo, in quanto vi sono altri che possono farlo
meglio di me. Urbanistica = Mondrian. Paesaggistica = Pollock. Se gli architetti
avessero registrato il significato dell'espressionismo astratto americano,
avrebbero evitato di sprecare qualche anno. Non solo lo zoning, ma tutta la
metodologia del piano urbanistico è in crisi, poiché l'architettura di "grado
zero" preme, batte infuriata, chiede e pretende libertà, non sopporta più di
essere incasellata, coartata, stretta entro confini, determinata dal di fuori.
Già cinquant'anni fa, nel 1947, Giuseppe Samonà muoveva all'urbanistica l'accusa
di fermarsi a indirizzare traffici, anelli di circolazione e arroccamento, spazi
verdi e lottizzazioni, dimenticando gli edifici, la casa che, scriveva, "sarà
quel volume che sarà, alto, lungo e profondo come prescritto nel regolamento,
ove la casa è niente altro che un profilo, un fantasma di casa". Samonà
denunciava una frattura tra il piano organico e il suo nucleo fondamentale"
dato dalle case che, a rigor di termini avrebbero dovuto formare materia a
priori di analisi". E insisteva: si cade nell'errore che vincoli
pregiudiziali "condannino le case entro una trama antiumana, che darà aspetto
antiumano al paesaggio di case costituito come ambiente per l'uomo moderno";
o, peggio, condannerà gli organismi di quelle case a "vizi di sostanza che li
rendono antiumani". Le proteste contro la struttura attuale della disciplina
urbanistica si moltiplicano in migliaia di libri, saggi e congressi. il piano
s'illude di governare l'ambiente, ma in effetti è travolto perché svincolato da
previsioni architettoniche di qualità. Nasce così spontanea la tendenza
impersonata dall'espressionismo, di liquidare il piano urbanistico restituendo
piena libertà all'edilizia. Tanto più in considerazione del fatto che, da
Bomarzo a Disneyland, le licenze individualistiche e capricciose non hanno
causato danni paragonabíli a quelli degli ordini astratti, degli standard e
delle norme generali. Lo iato fra architettura e urbanistica è stato da tempo
colmato mediante il concetto di “urbatettura", ma questo serve
scarsamente se non si effettua il trapasso di scala alla paesaggistica,
all'impegno creativo sul territorio. Se finora, per convenzione teorica,
l'urbanistica ha preceduto l'architettura, adesso dobbiamo invertire la
sequenza, affinché gli assetti territoriali scaturiscano dal basso,
democraticamente, senza più distinzioni conflittuali tra esigenze collettive e
private, senza fughe evasive nelle nozioni di luogo e contesto. La nuova
progettualità territoriale non può appagarsi di un'autoproclamazione; deve
trovare i suoi agganci legislativi ed operativi. Forse non poteva prevalere
prima dell'affermazione dell'architettura di “grado zero". Ma, ora che
questa è consolidata, la lotta per la libertà creativa del paesaggio e del
territorio non ha motivo di essere procrastinata. Le idee in materia sono assai
confuse. La paesaggistica ricerca una sua identità, diversa dall'arte dei
giardini e della pianificazione regionale. Faccio due esempi: il Congress for
New Urbanism, che si è tenuto a Toronto limitandosi a discutere di quartieri
suburbani, e l'inno alle nuove città estremo orientali fatto da Rem Koolhaas in
tono più fideistico che motivato. La confusione è notevole ovunque nel mondo.
Anche in questo campo, gli sprechi sono innumeri e devastanti. Ometto per
brevità di parlare del pauroso depauperamento del linguaggio urbanistico nel
paesaggio dell'epopea medievale all'impotente arroganza della "città ideale"
del Rinascimento; o del masochismo neoclassico rispetto alla dinamica
dell'urbanistica barocca. Preferisco accennare a sperperi più vicini a noi. Il
più evidente porta il nome di Frederick Law Olmsted, eccellente paesaggista
convinto della necessità di inventare una nuova città americana, contrapposta a
quella autoritaria e repressiva europea. ne discuteva con un grande architetto
suo amico, H.H. Richardson, che ricercava un linguaggio di "grado zero".
Quando Richardson morì, Olmsted rimase solo, orfano, e nel 1893, pur
malvolentieri, collaborò con gli accademici convenuti¡ per la nefanda
esposizione di Chicago. L’alternativa alla città europea rimase così¡ un'ipotesi
in sospeso, un’aspirazione frustrata, ma sempre viva e diffusa tra gli
americani, in parte riemersa nel binomio Broadacre City/grattacielo alto un
miglio e, in chiave compensatoria, nelle Disneyland. Tra gli altri sprechi
elenco telegraficamente: · Jackson Pollock. Senza la tecnica del dripping, delle
scolature, è arduo rappresentare un paesaggistica fluida; · la Pop Art, che ha
incentivato la comprensione della cacofonia urbana, colmando la separazione,
come disse Rauschenberg, tra arte e vita; · l'architettura dei paesaggi
derelitti, barriadas, favelas, bidonvilles, baracche, slums e via dicendo,
l'universo respinto dalla cultura ufficiale; l'edilizia anonima, dialettale,
vernacolare e gergale. l'architettura senza architetti di Bernard Rudofsky; · l'advocacy
planning, pronta a difendere e rivalutare le sottoculture urbane e territoriali;
· infine l'actionarchitecture che, abbiamo già detto, come l'espressionismo
astratto, nasce sugli eventi e non sulla loro rappresentazione. Tutti questi
valori vanno recuperati, reinterpretati e aggiornati, rilanciati in nuove
versioni se vogliamo che la paesaggistica graffi e non sia solo consolatoria.
L’unico tentativo valido di superare la Carta di Atene del 1933 è stato la Carta
del Machu Pícchu del 1977, snobbata da tutti i professori di urbanistica e da
quasi tutti gli urbanisti, ma riscattata l'anno scorso in un congresso
dell’Unione Internazionale Architetti. Cari amici, dichiaro aperto il convegno
di Modena. Un convengo sperimentale, comunque ostile ai parametri di
comportamento dei convegni istituzionali, accademici e professionali; convegni
sonniferi e sbadigliosi, in cui ognuno recita un monologo preconfezionato e poi
segue un dibattito su relazioni che nessuno ha ascoltato con attenzione, dialogo
tra sordi e indifferenti. Questo è un convegno che non serve a far carriera
nelle nostre università soporifere, né negli ordini e nelle associazioni
professionali, ne serve a trovare clienti. Convegno senza regole e formalità,
privo di programma e di ordine del giorno, in cui può valere anche il silenzio
in un'atmosfera disturbata, inquieta e lieta. Un convegno comunque di tipo
inedito atto a suscitare curiosità, diffidenza e sospetti. Un convegno rischioso
di cui chiedo scusa a voi e principalmente agli ospiti stranieri che in questi
mesi mi hanno tempestato di lettere e telegrammi per sapere cosa dovevano
preparare, e a cui ho risposto niente, e meno che mai conferenze. Giungo alla
conclusione. La finalità è chiaramente politica. I convegni si fanno per
modificare la situazione politica, o non si fanno. Se indugiamo su temi
estetici, linguistici, espressivi è perché l'arte anticipa e prefigura il
panorama sociale, e noi dobbiamo essere culturalmente ferratissimi per lottare
efficacemente sul terreno politico. Su questo terreno, in Italia siamo davvero
non al grado ma all'anno zero. Continua a mancare una classe dirigente conscia
dei drammi e delle sfide del territorio, appassionati di letteratura, di
pittura, di musica, di sport, ma nessuno appassionato di architettura come sono
stati in Francia un Pompidou o un Mitterand. Tanto per fare nomi, l'on. Veltroni,
ministro dei beni culturali, di tutto si occupa, di musei e di danze del ventre,
ma non di architettura. Il ministro dei Lavori Pubblici, è una personalità
stimabile e autorevole proveniente dalla veneziana Ca' Foscari, ma di
sensibilità alla qualità architettonica, non ne ha dato alcun segno. In
Parlamento ci sono uomini vivi e colti, ma nessuno ha ritenuto opportuno
coinvolgersi nella paesaggistica e nell'architettura d'azione. E' nostro compito
mobilitarci per mutare questa incredibile arretratezza rispetto al mondo.
Abbiamo motivo di nutrire fiducia, perché, grazie soprattutto al governo Prodi,
siamo in Europa e possiamo agire a livello europeo per colmare le lacune
italiche. Nell'immediato dopoguerra, l'APAO (Associazione per l'architettura
Organica) vinse battaglie fondamentali: quelle alle fosse Ardeatine e del blocco
frontale della Stazione Termini a Roma, quella del rinnovamento dell'Istítuto
Nazionale di Urbanistica poi presieduto da Adriano Olivetti, quelle di una
significativa presenza nei programmi dell'INA CASA e dell'UNRRA Casas, e
nell'insegnamento universitario. Nell'APAO eravamo in pochi, ma dietro di noi,
spiravano il vento e il profumo del Partito d'Azione e nuclei comunisti e
cattolici decisi a non farsi burocratizzare. Nel 1959 nacque l'InArch che, per
trentotto anni, ha tenuto viva la cultura architettonica con riunioni
settimanali gli ormai celebri “ Lunedì dell'architettura” mostre, concorsi,
convegni, congressi, una pluralità di iniziative, e ora è in fase di espansione,
affiancata da riviste, collane di tascabili, rubriche in settimanali. L'InArch
si è sviluppata all’insegna di una collaborazione tra forze culturali e forze
economiche; si può dire che questo convegno, sponsorizzato dall’industria Mirage,
sia frutto indiretto dell'azione dell'InArch. Quando ai Lavori Pubblici c'era un
leader come Fiorentino Sullo, con Ugo La Malfa ministro della Programmazione, la
Conferenza Nazionale dell'Edilizia gestita dall'InArch maturò una strategia di
interventi che dovremmo riesaminare e aggiornare. Le conquiste culturali ~
paesaggistica e “ grado zero" del linguaggio architettonico ~ coincidono
con la ripresa dell'attività edilizia programmata dal governo. Siamo alla
vigilia di un periodo di prosperità professionale e dobbiamo essere pronti a
gestirlo calamitando gli industriali e gli imprenditori più illuminati, le forze
sindacali più disponibili al nuovo, gli uomini politici determinati a creare una
classe dirigente di livello europeo. Noi chiediamo: ·una legge quadro
sull'architettura, almeno pari a quelle vigenti in Francia e nei più avanzati
paesi europei; ,a una reinvenzione del Ministero dei Lavori pubblici, che è un
pachiderma accovacciato su se stesso; ·un radicale ripensamento delle funzioni
delle Soprintendenze, monarchie assolute capaci di rovinare capolavori come il
Palazzo dei Diamanti di Ferrara, e incapaci di affrontare il restauro di un
monumento come il Colosseo; ·una presa di coscienza dei temi ambientali,
architettonici e territoriali da parte del Ministero dei Beni Culturali e degli
enti locali, regioni province e comuni, la cui attività vedi il caso di Roma è
caratterizzata dalla mancanza di fantasia, dell'inabilità a creare una visione
globale, un'immagine del futuro della capitale; ·un riesame degli slogan, delle
frasi fatte, dei pregiudizi diffusi, della pedonalizzazione indiscriminata dei
centri storici all'esclusione di interventi moderni nei loro tessuti. Chiediamo
tutto questo e siamo convinti di poterlo ottenere. Lungi da noi, dopo la tragica
esperienza dei paesi dell'est e l'ambigua politica dei comunisti, identificare
la sinistra con la cultura, ma è certo che la presenza della sinistra al governo
offre spunti e incentivi nuovi, che dobbiamo utilizzare. Chiudo in chiave
personale. ho quasi ottant'anni, sto benissimo, con la Storia e Controstoria
dell’architettura in Italia ho completato il mio programma di lavoro, gioco a
tennis tutte le mattine. Dal 1943 mi considero un sopravvissuto, essendo
sfuggito senza motivo allo sterminio della mia gente. Quindi penso alla morte
serenamente, al modo di Benedetto Croce, il quale narrava che, quando gli
capitava di pensare alla morte, si ricordava di un suo amico, chirurgo
napoletano, che mentre operava, sentendosi mancare, prese il bisturi. lo
consegnò ad un suo aiuto e disse: "Continua tu". lo sono felice perché so
che, in qualsiasi momento, sentendomi mancare, posso rivolgermi a voi, dicendo:
"Continua tu, tu. Tu".
Fonte : www.antithesi.info , Giornale Web di Critica dell'Architettura , a cura di Sandro Lazier e Paolo Ferrara
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